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La libertà non ha prezzo: Silvia Romano




Il 9 maggio scorso, dopo ben 18 mesi di prigionia, la cooperante Silvia Romano è stata liberata.

La notizia è rimbalzata ovunque dopo il tweet di Giuseppe Conte che annunciava la sua liberazione grazie all'importante lavoro per la sua liberazione svolto dai servizi segreti Intelligence



Dal rapimento alla liberazione: i fatti

La cooperante italiana era stata rapita in Kenya il 20 novembre del 2018 e da molti mesi non si avevano più sue notizie. Silvia è stata sequestrata da un banda di 8 criminali che successivamente l’hanno venduta ai terroristi somali di Al Shabaab e portata in Somalia, dove fortunatamente è stata liberata pochi giorni fa. Tre dei sequestratori sono stati arrestati e sono tutt'ora sotto processo, anche se le udienze sono state interrotte a causa dell'epidemia di coronavirus che sta colpendo anche il Kenya. Uno dei tre è tornato in libertà su cauzione ed è attualmente latitante. Dal giorno dell'arresto dei tre uomini, e cioè il 26 dicembre 2018, non si è saputo più nulla. Solamente a dicembre, dopo un video, si è saputo che Silvia Romano era in vita. Da lì in poi le ricerche e le contrattazioni si sono intensificate e, grazie ai servizi Intelligence italiani e stranieri, Silvia è stata liberata il 9 maggio, tramite il corrispettivo di un prezzo che oscilla tra i 2 milioni e i 4 milioni di euro.


Odio, Sessismo e islamofobia contro Silvia

Alla notizia della sua liberazione, gli odiatori seriali del web hanno riversato il loro odio nei suoi confronti, chiedendosi quanto fosse costata la libertà di Silvia, come per dire che la sua vita, la vita di un essere umano, non valesse tutti quei soldi; sono arrivati addirittura ad affermare che lo Stato italiano avrebbe dovuto lasciarla nel continente africano, in Somalia. Purtroppo pare che questi mesi di lock-down non ci abbiano insegnato ad apprezzare la libertà e a capire che la libertà non ha un prezzo ma è un diritto fondamentale di tutte le persone senza distinzione di sesso, di razza e religione.


Sfortunatamente quella è stata solamente la goccia del fiume d’odio e sessismo che ha travolto la cooperante italiana.

Al suo arrivo in Italia, quando è scesa dall'aereo, Silvia ha sfoggiato un sorriso meraviglioso e radiante, il sorriso che ci ha accompagnato per ben 18 mesi con la speranza di rivederlo un giorno.


Silvia sta bene, è sorridente, saluta con la mano, dice ciao. Silvia afferma di stare bene, dice che i rapitori l’hanno sempre trattata con rispetto e racconta di aver richiesto un Corano e di essersi convertita a seguito della sua lettura.

La visione euro-centrica della donna caucasica che si reca nel continente africano per fare del bene e viene rapita, venduta ai terroristi, stuprata, costretta a convertirsi e obbligata a sposarsi è morta nel momento in cui Silvia si è mostrata indossando un hijab.

L’opinione pubblica era pronta a tutto ma non a vedere Silva Romano amare se stessa e gli altri con il filtro dell’Islam.

I sedicenti opinionisti e giornalisti hanno quindi demolito una donna la cui unica colpa è stata avere fede e abbracciare una religione ‘nuova’ durante il suo periodo di lontananza.

Silvia ha distrutto la loro idea di donna debole, fragile mostrandosi come una donna emancipata e fiera delle scelte che fa, che non ha paura di mostrarsi per come è a seguito delle scelte che ha fatto.

Probabilmente l’odio per lei e la sua fede è stato fomentato dalla per la perdita di controllo che i giornalisti hanno avuto sulla sua storia: Silvia si è dimostrata capace di riscrivere la sua storia e non farsi dipingere come hanno voluto i media.

Il controllo perso ha fatto scatenare l’odio dei media e degli utenti del web che non potendo dire “poverina” hanno iniziato a insultarla.


I titoli delle varie testate giornalistiche si sono soffermate sulla fede di Silvia e non sulla sua liberazione; penso che in questo modo si sia raggiunto il punto più basso del giornalismo italiano.

La copertina di Libero è piuttosto scioccante: velatamente considera i musulmani nazisti e tutti terroristi, e dichiara che l’atto di Silvia sia un oltraggio all'Italia, quando in realtà è vergognoso ma soprattutto raccapricciante vedere come il giornalismo si trasformi in base al genere e alla religione di una persona.

Silvia è libera, anche di scegliere la religione che più la rappresenta. Il comportamento degli italiani nei suoi confronti è stato fondamentalista e integralista visto che ancora oggi, nel 2020, si giudica una donna per come si veste e per la sua fede religiosa.

L’audacia di Silvia e la sua forza sono di esempio per tutte quelle persone che quotidianamente lottano per qualcosa, che prima o poi si avvererà.

La scelta di abbracciare la fede per ora è la sua scelta, se sia dettata dalle circostanze difficile nelle quali viveva oppure per scelta spontanea non sta a noi giudicarlo.

La sua liberazione non è un regalo ma un diritto.

Ora è a casa e questa è la cosa importante.

Bentornata a casa Silvia.

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