• victoria oluboyo

Non siamo carne da macello. I nostri corpi non sono oggetti.





L’oggettivazione del corpo è una forma di disumanizzazione che riduce la persona in questione a un oggetto, a uno strumento e a essere della semplice merce.


Il corpo delle donne viene spesso considerato come una merce: sfruttato, sessualizzato e mercificato per creare profitto e per fare audience.

Quotidianamente programmi di intrattenimento, spot pubblicitari e giornali propongono due modelli di donna:


  • la donna con una forte carica erotica e sexy;

  • la madre e moglie che incarna la purezza.


Il corpo della prima donna viene mostrato come se fosse privo di un anima, di un’identità, contrapposto al corpo coperto della donna ‘degna’ di essere chiamata madri in quanto casalinga e responsabile della gestione familiare e della casa.


Il corpo della donna come oggetto sessuale

Si parla di oggettivazione sessuale o sessualizzazione per indicare le situazioni in cui il valore di una persona risiede nella sua capacità di attrazione sessuale, a esclusione di altre caratteristiche. La persona è allora vista come uno strumento del piacere altrui, piuttosto che come un essere capace di agire e decidere in modo autonomo e responsabile.


“Le donne vivono nell'oggettivazione sessuale come i pesci nell'acqua;” – MacKinnon 1989

Sfortunatamente l’oggettivazione è un‘esperienza quotidiana che ogni donna nel corso della sua vita affronta. Questo mostra come troppi uomini si prendano libertà che non dovrebbero avere.

Le pubblicità e vari programmi televisivi hanno aiutato a veicolare il messaggio della donna vista semplicemente come un corpo da ispezionare, analizzare e dal quale ricavare piacere.







Tutto ciò è stato possibile grazie a una società che concepisce la bellezza come unica qualità che una donna possa avere.


Nei programmi televisivi e nelle pubblicità non si mostra la figura nella sua interezza, ma parti di questa, come la bocca, il seno o le natiche. Viene meno quindi la rappresentazione della persona, su di essa prevale l’ ‘oggetto’ da poter suddividere, vendere e smembrare.


La figura femminile diventa bene di consumo trasformandosi in merce, un prodotto commerciale.

Si tratta di immagini ricondotte a stereotipi di bellezza femminile per lo più irrealistici: eternamente giovani, magre e inverosimilmente patinate dal fotoritocco. - Chiara Volpato

Le donne, che quotidianamente vengono ‘imposte’, devono essere giovani, belle, oggetti sessualmente disponibili con l’unico scopo di solleticare la libido maschile. I loro corpi vengono utilizzati per vendere e promuovere qualunque cosa, dalle supposte effervescenti alla pasta. Viene evocata una presunta sensualità dell’oggetto e la donna spesso viene equiparata a esso divenendo il prodotto stesso: abbiamo così donne paragonate ad auto, a bottiglie di olio d’oliva o a una tariffa telefonica, a un gelato, a un liquore.




L’oggettivazione e la sessualizzazione del corpo femminile alimentano stereotipi e banalizzazioni della figura della donna che spesso finiscono con l’essere culturalmente accettati e quasi considerati ‘normali’: siamo abituati, assuefatti a certe immagini, non ci facciamo più caso, smettiamo di sorprenderci o di indignarci.


Eppure dovrebbero farci riflettere perché, ad esempio, l’oggettivazione – e soprattutto l’oggettivazione sessuale – è il medesimo meccanismo psicologico alla base di molti episodi di violenza di genere commessi dai ‘sex offenders’.


La concezione della donna come oggetto è strettamente collegata quindi alla concezione della donna nella società.


Se dovessi elencare tutte le volte che sono stata fermata, in quanto donna e nera, dovrei scrivere un libro.


Sin dalla mia tenera età ho visto come il mio corpo e la mia pelle fossero oggetto di sogni erotici da parte del sesso maschile.


Qualche mese fa, sul mio profilo Facebook scrissi uno sfogo dettato dal fatto che nella piccola e cara cittadina di Parma aveva destato sconcerto e clamore una violenza sessuale da parte di un parmigiano di mezza età.

Peccato che da quando ho 11 anni sono sempre stati i parmigiani di mezza età a fermarmi per strada, a farmi richieste indecenti e a richiedere favori sessuali.


Ho capito poi nel corso negli anni che in Italia non importa chi tu sia, se sei una donna nera sarai sempre considerata una prostituta.


Circa un mese fa, una macchina mi ha inseguito per più di un'ora, mi sono spaventata, tremavo, quando sono tornata a casa ho pianto.

Qualche settimana fa un ragazzo, con una scusa mi ha fermata, e mi ha fatto vedere il suo organo geniale. Sono tornata a casa, e ho pianto.

Qualche giorno fa, un uomo mi ha inseguita in modo insistente con la macchina, invitandomi a salire, dicendo che mi avrebbe offerto dei soldi; l' ho seminato, sono tornata a casa e ho pianto.

Di racconti come questi potrei elencare all'infinito. Non avviene chissà dove, ma a Parma.

Ogni giorno esco di casa con l'ansia.

Leggere persone che dicono che lo stupro accaduto alla ragazza di 21 anni sia un caso isolato, mi fa imbestialire.

Troppi uomini si prendono libertà che non dovrebbero avere.

La violenza su noi donne accade a ognuna di noi, in modo diverso, ogni giorno.

Non potete capire, e molto probabilmente non capirete mai.


L’oggettivazione del mio corpo e del corpo di tutte le donne si tramuta facilmente in violenza: per strada non si vede più una donna in quanto persona pensante che cammina, ma si vede semplicemente l’ appagamento sessuale che si potrà avere dal suo corpo.

Non siamo delle bottiglie di olio d’oliva, dei gelati, dei profumi, dei liquori, degli hamburger. Siamo esseri umani e in quanto tali non vogliamo essere considerate della merce, degli oggetti da inserire sugli scaffali.


“Ogni volta che una donna lotta per se stessa, lotta per tutte le donne” – Maya Angelou
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